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lunedì 18 febbraio 2008

Dalla parte dell'imprenditore...


Mi piace iniziare questo post con le parole di un piccolo imprenditore blogger:
"Ogni mattina in Italia tanti piccoli imprenditori si svegliano e sanno che dovranno correre più veloce del leone, della gazzella, dei creditori, dell'agenzia delle entrate, dell'INPS, della legislazione sul lavoro, del commercialista, del prezzo delle materie prime, dei concorrenti, dei loro collaboratori... se vogliono sopravvivere.
Ogni mattina tanti piccoli imprenditori si svegliano e si chiedono se ne vale la pena. Poi pensano al loro lavoro, si aggrappano alle soddisfazioni che ogni tanto si riescono a prendere, pensano ai loro collaboratori che mostrano passione e voglia di crescere, stringono i denti e si rispondono di si.
E vanno a lavorare. "
Ho avuto il piacere di parlare con un giovane imprenditore di precarietà, flessibilità, colloqui di lavoro.
E' facile criticare queste persone, spesso pretendiamo l'impossibile, ma ci siamo mai messi nei loro panni? Cosa vogliono dai propri collaboratori queste persone?
Ecco cosa, questo amico imprenditore, mi ha risposto.

"Gli imprenditori, in particolari quelli delle PMI, vogliono menti flessibili perchè sono quelle più vicine alle proprie caratteristiche e fisionomie mentali, e sono quelle che hanno un miglior rapporto qualità/prezzo nella gestione lavorativa.

E' impossibile capire per un imprenditore vero - e attenzione qui a distinguere tra imprenditori e finanzieri, due categorie molto diverse tra loro, solo i primi sono imprenditori reali - il perchè si debba avere uno stipendio fisso se non si produce nulla.

Paradossalmente, per l'imprenditore, è comprensibile l'operaio perchè produce qualcosa di reale, sia esso prodotto o servizio. Il problema avviene con nuove figure professionali che spesso non fanno davvero nulla, e non sono facilmente inquadrabili. Un operaio è quindi una "mente flessibile" poichè dinamico e lavora per obiettivi; la segretaria, il ragazzo che vuole fare la campagna di comunicazione perchè la sa fare "come ha imparato all'università" sono invece gli esempi di menti precarie. E' chiaro che ci sono persone più predisposte mentalmente verso una tipologia, e altre verso l'altra."

Per l'imprenditore, spesso, avere una mente flessibile vuol dire: dinamismo, movimento, disponilibilità e spirito di sacrificio, voglia di lavorare per obiettivi, collegamento del proprio stipendio con il raggiungimento degli obiettivi; voglia di imparare.

Mente Precaria vuol dire: staticità, fissità nelle proprie posizioni, richiesta di diritti di lavoro prima di fornire dati oggettivi delle proprie competenze, oppure prima di aver fatto dei test che giustifichino la richiesta, voglia di avere uno stipendio fisso non legato ad obiettivi da raggiungere, pretesa di saper fare delle cose solo perchè se ne conosce la teoria.

Infine, sempre per questo giovane imprenditore, in fase di colloquio, vengono sempre scartati, tutti quelli che:
- chiedono quante ore si lavora;
- dicono che loro vogliono stare in ufficio e non muoversi sia perchè non gli va, sia perchè questo potrebbe comportare delle spese in più;
- chiedono in anticipo se poi potrà esserci una assunzione a tempo indeterminato;
- chiedono se è possibile fare contratti diversi nel caso si scelga loro;
- che non hanno nello loro cv alcuni lavori pratici dentro, ma solo roba teorica;
- che hanno oltre 25-30 anni di età (in genere già oltre 26 è raro chiamare persone);
- che hanno lavorato in molti posti per poco tempo - sembrano insicuri o poco stabili;
- che hanno più di 2 stage: danno l'idea di lavorare "tanto per";
- che fanno osservazioni critiche sui contratti di lavoro flessibile in fase di colloquio.
La base è che si cerca di non portarsi problemi dentro casa, visto tutti quelli a cui ci sottopone già questo Paese per mandare avanti le nostre imprese.

L'imprenditore si ritiene, infatti, quello che manda avanti il Paese in tutti i sensi.

Vi sembra troppo tutto ciò o forse faremmo tutti queste stesse cose se ognuno di noi avesse una propria impresa?

Per ultimo, l'amico, ha anche avanzato la seguente proposta:

Una soluzione carina potrebbe essere quella di rafforzare la partecipazione dei collaboratori-dipendenti con "micro-quote" dell'impresa, in modo da condividere il rischio di impresa e avere una maggiore garanzia per l'imprenditore di impegno da parte del lavoratore.

Allora, che ne pensate di queste parole?

sabato 2 febbraio 2008

Meglio poco che niente?








Oggi è uscito, nelle sale cinematografice, il film di Ascanio Celestini “Parole Sante” che descrive
la condizione dei lavoratori del call-center più grande d’Italia, ed è già polemica.
Come in politica, anche sulla questione “lavoro” sembra che il nostro bel paese sia spaccato in due.
Da una parte ci sono i lavoratori che si sentono solo “sfruttati” dalla flessibilità non sostenibile (cioè la precarietà) e dall’altra quelli che inneggiano alla flessibilità come isola felice del lavoratore.
Le contrapposizioni estreme, come al solito secondo me, non fanno mai bene a nessuno. Il polverone serve solo a far perdere il punto di vista, il vero bersaglio.
Sul Il Foglio di ieri, la giornalista Mancuso, nel suo articolo paragona il precario al masochista a tempo indeterminato. Dice (questo è quello che traspare tra le righe, secondo me) al precario che il mondo è cambiato (come riferimento parte addirittura dal Risorgimento) e che, quindi, la precarietà è sinonimo di normalità. Definisce i genitori dei precari come quelli che vorrebbero farci scendere in piazza ma, nello stesso tempo, sono quelli saldati al loro posto fisso (forse su questo ha ragione…).
Alla giornalista, gli farei notare, innanzitutto, la differenza tra precarietà e flessibilità, rispondendogli con le stesse parole di A.Celestini in una sua intervista di qualche giorno fa, dove sostiene che il lavoro precario non è una condizione del mercato del lavoro. La flessibilità del lavoro è possibile quando il lavoratore è autonomo, guadagna il doppio del lavoratore subordinato perché non ha diritti, però ha un beneficio straordinario, ossia l’autonomia, legate alle scelte di tempi, di spazi. Sottolinea che quando si parla di precariato, si parla di persone assunte in maniera illegale in base ad una legge che in realtà non è applicata, ossia la legge Biagi.
Mi viene sempre più il sospetto, quindi, che si vogliono far perdere di vista le giuste cause dei lavoratori. Non ho ancora visto il film, ma a prescindere da questo, è giusto che ognuno possa esprimere le proprie idee, d’altronde non siamo tutti uguali!
Quello su cui bisogna puntare, cara Mancuso, è smascherare le cattive intenzione delle imprese che si arricchiscono, solo, alle spalle dei lavoratori!
Lo sappiamo tutti, ormai, che il mondo è cambiato e ricordo quello che i giovani, in realtà, vogliono veramente e cioè non abolire i lavori temporanei, ma che tutti i singoli lavoratori temporanei abbiano ciò che viene loro promesso e che smettano di essere visti come “impiegati low coast”.
Gli imprenditori ed i Governi devono capire che anche un lavoratore temporaneo implica un’assunzione di responsabilità in fatto di adeguata formazione, contratti trasparenti e sufficiente retribuzione (generazione P).
No allora al meglio poco o niente ma sì al giusto dovuto!
Proprio per arrivare, infine, ad essere ascoltati dalle Istituzioni, vi voglio segnalare l’iniziativa di Giacomo Faenza, giovane regista, che ha deciso di girare un documentario Caro Parlamento .
Vi consiglio di visitare il blog e partecipare, se v’interessa, attivamente all’iniziativa. Con Giacomo abbiamo avuto un interessante dialogo a distanza, e mi hanno molto colpito queste sue parole:
“ …alziamoci e diamoci una mossa. Scopo del documentario è mostrare vitalità e voglia di partecipazione; attraverso le interviste il doc. vuole offrire diversi spunti che possono\devono essere utili per il Parlamento. L’Istituzione deve sapere come viviamo, qual è l'umore di una intera generazione. Gli segnaleremo problemi urgenti da risolvere! Premesso che il lavoro garantito non è quello che chiediamo, dobbiamo spiegare cosa non ha funzionato delle leggi sul lavoro precario e dirlo in coro dal nord al sud…”
Fatelo girare…

lunedì 21 gennaio 2008

Pensieri...lavorativi 2




Ognuno di noi cerca di trovare le soluzioni (giustamente) ai propri problemi.
In questi giorni, mi è capitato di leggere più volte, su diverse riviste, le probabili soluzioni (personali) di opinionisti riguardo ai problemi del mondo del lavoro.
Alcuni opinionisti sono sempre e soltanto lamentosi, e qui mi pare inutile parlarne; poi c'è
P.Ichino che parla del forte dualismo tra lavoratori (tra cosiddetti "insider" e "outsider") nel nostro mercato lavorativo.
La soluzione meglio auspicabile, per Ichino, sarebbe un unico contratto di lavoro per tutti i lavoratori dipendenti e disciplinato in modo che siano garantite:
1)la necessaria fluidità nella fase di accesso al lavoro dei giovani
2) una ragionevole flessibilità nella fase centrale della vita lavorativa, secondo i migliori standard internazionali
3) peso in uguale misura per tutti.
La sua soluzione sarebbe, quindi:
"...La riforma potrebbe, per esempio, consistere in questo: per tutte le nuove assunzioni che avverranno d'ora in poi si sostituisce l'attuale «giungla dei contratti» con un solo contratto a tempo indeterminato, che prevede un periodo di prova di sei mesi oppure otto, come ora in Francia - con un forte sgravio contributivo sotto i 26 anni. Dopo il periodo di prova, l'articolo 18 dello Statuto si applica soltanto per il controllo dei licenziamenti disciplinari e contro quelli discriminatori o di rappresaglia.
Per i licenziamenti dettati da esigenze aziendali è invece soltanto il costo del provvedimento a proteggere il lavoratore e a penalizzare l'impresa che ne fa abuso: chi perde il posto senza propria colpa ha sempre automaticamente diritto ad un congruo indennizzo, crescente con l'anzianità di servizio in modo che la protezione sia più intensa nella parte finale della vita lavorativa; e ha diritto ad un'assicurazione contro la disoccupazione disegnata secondo i migliori modelli scandinavi, con premio interamente a carico dell'impresa, che si aggrava al crescere del numero dei licenziamenti..."
C'è stato poi, un articolo che mi ha colpito in particolare, ed è quello di S.Zecchi.
Vi confesso che inizialmente questo pezzo mi ha fatto infuriare, innanzi tutto per l'utilizzo, a mio avviso incongruo, della parola precarietà. Visto che lui parla di libertà, mi son detta, come è possibile unire alla parola precarietà, la parola libertà?
Inoltre, ci sono certe demagogie (sempre, secondo me) riguardo alla sua definizione di società socialista, ecc.
A parte i personali punti di vista diversi, mi sono piaciute, però, alcune sue considerazioni che qui riprendo e commento.
Zecchi afferma che le generazioni precedenti hanno saputo scommettere sul loro futuro, mentre oggi
"... sono andate perdute la tensione, l’aspirazione ad una vita migliore: appunto, la scommessa sul futuro, malinconicamente sostituita da un calcolato opportunismo che non stimola a migliorarsi, ad andare avanti, cercando la libertà, rischiando sempre di nuovo sul futuro.Il mondo è cambiato in fretta e oggi sta provocando un vero disastro generazionale. I giovani dovrebbero essere, per definizione, quelli più aperti alla sfida del futuro, più disponibili a rischiare. Chi è a contatto con loro non ha difficoltà ad accorgersi che molti sono invece quelli impauriti dall’avvenire, senza sogni da realizzare, senza speranze da esaudire. Troppo illusori gli uni, troppo pericolose le altre. Meglio il rifugio di un impiego modesto, purché sicuro. E così si distrugge la parte migliore di un giovane: l’amore per la libertà, una libertà che va cercata anche nella precarietà. Proprio questa è la parola che terrorizza: le precarietà è vissuta come un’aggressione alla propria identità. Prima ancora di essere un problema di natura economica, l’idea negativa del lavoro precario è il frutto di una mentalità vecchia, che scambia la sicurezza del posto per una garanzia contro le insidie del futuro, che accetta di barattare la libertà per un impiego fisso...."
Mi sono chiesta: possibile che abbiamo tanta paura del futuro, abbiamo paura di rischiare! Perchè? Magari ne conoscessi la risposta...!
Bauman sostiene che la "Paura" è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c'è da fare.
E allora? Mi rendo conto, con i tempi che corrono, che non è facile affermare che bisogna ricominciare, veramente, ad inseguire i nostri sogni...
Tuttavia, lo dico lo stesso.



Vivere senza tentare, significa rimanere con il dubbio che ce l'avresti fatta. (Jim Morrison)

martedì 8 gennaio 2008

Pensieri...lavorativi

Dopo la pausa delle festività, girovagando sul web, ho trovato questo filmato del sociologo A.Accornero.
Da qui mi è venuto lo spunto di scrivere questo post, un misto di riflessioni mie e del sociologo.
Mi pare un buon punto di ri-partenza del 2008 per parlare di “modelli”di lavoro.


In tutte le epoche lavorative (Rivoluzione Industriale, Fordismo e Post-fordismo) c’è stata una transizione storica da un modello di produzione e di consumo a un altro, e, di conseguenza, il lavoro è cambiato perché sono cambiate le strutture e il funzionamento delle imprese.
Durante la rivoluzione industriale e nel fordismo si aveva un modello rigido di lavoro, d’ impresa, e di mercati.
Gli imprenditori, nel periodo di Taylor e Ford, non desideravano assumere lavoratori e licenziarli subito. Per garantire la produzione di massa avevano bisogno di manodopera stabile e di una grande subordinazione: si veniva “ pagati per lavorare e non per pensare”.
Per conquistare e ampliare i mercati non bastava che gli approvvigionamenti fossero costanti, i prodotti standardizzati, la produzione regolare: occorreva che l’apporto della forza lavoro fosse stabile,assiduo,disciplinato. Proprio per questi motivi fu introdotto, per legge (in alcuni Paesi) il contratto di lavoro a tempo indeterminato, che nell’Italia fascista del 1926 soppiantò il Codice civile del 1865, secondo il quale si poteva lavorare al servizio di altri soltanto «a tempo». I lavoratori, specie se skilled, potevano andarsene liberamente dando luogo a un turn-over che assillava gli imprenditori.
Il post-fordismo ha bisogno,invece, di flessibilità, non soltanto produttive ma anche allocative.
Si creano, allora, diversità tali che il mondo del lavoro non sembra più quel sistema unitario che era stato creato dal fordismo e tenuto insieme dalla grande industria. Ad esempio, decrescono i tragitti lavorativi firm-portfolio, nei quali le competenze sono approfondite in ambito aziendale secondo la tradizione europea (e in parte giapponese) della mobilità sociale «sul posto», mentre crescono i tragitti worker-portfolio, nei quali le esperienze si accumulano cambiando azienda, secondo la tradizione americana della mobilità sociale «fra i posti».
Oggi il lavoro desta preoccupazione perché comporta maggiori probabilità e/o frequenza di impieghi discontinui, che ostacolano l’accumulo di esperienze, rendendo incerto il ricollocamento professionale, le carriere lavorative tortuose e quasi impossibili i progetti di vita: diventa perfino arduo ottenere prestiti.
Parlando in generale, questo è lo scenario di precarietà noto a molti giovani, di cui viene incolpato il lavoro flessibile perché genera insicurezza. Da qui i rimpianti per un passato in cui gli impieghi erano più stabili specie nei paesi, settori e imprese dove leggi, contratti o accordi davano maggiori certezze.
Le tutele di ieri erano pensate,però, per un altro lavoro e per altri lavoratori: i sistemi di welfare più evoluti, infatti, garantivano che la continuità dell’impiego non fosse minacciata da crisi aziendali e da inadempienze imprenditoriali .
Oggi il welfare, invece, deve (o dovrebbe) garantire che nessuno perda diritti e nessun diritto venga perduto nelle discontinuità dell’impiego. Quando Marshall scrisse: «Un uomo che ha perso il suo lavoro, ha perso il suo passaporto per la società» , sollevò una questione di cittadinanza del lavoro. Questa si ripropone oggi, con forza.
Una vita lavorativa più flessibile, infatti, non può spezzarsi quando si passa da un impiego all’altro, oppure da un lavoro dipendente a un lavoro autonomo, o viceversa. Chi è più mobile non può essere meno tutelato o più penalizzato: dovrebbe essere, maggiormente ricompensato, perché dà al sistema la snellezza che esso richiede.
Questo principio è basilare per una sicurezza sociale che aggiorni le tutele di ieri senza rinunciare al cammino storico della solidarietà e dell’uguaglianza .
Il post-fordismo sembra proporre ai lavoratori un lavoro di qualità e una partecipazione responsabile. Queste potrebbero essere le basi di un compromesso sociale all’altezza di quello fordista, ma non è detto che imprenditori e manager sappiano suscitare la partecipazione di cui hanno bisogno. In troppe aziende, infatti, se ne vedono ben poche tracce.
Tawney scrisse: «È ozioso attendersi che gli uomini diano il meglio di se stessi a un sistema in cui non hanno fiducia, o che abbiano fiducia in un sistema nel cui controllo non hanno alcuna parte» .
Siamo pronti a questa sfida?

lunedì 17 dicembre 2007

AAA Speranza di Futuro Offresi...

In questo interessantissimo convegno, si è cercato di discutere in maniera positiva; non è facile farlo di questi tempi.
Si sono considerati, prima di tutto, i problemi che attanagliano il mondo economico italiano e, che, conosciamo tutti: lavoro nero, salari bassi, sistema Italia basato sulla cooptazione e non sul merito, bassa produttività, welfare che fa acqua da tutte le parti, ecc.
E’ venuto fuori (e questo, credo, sia il cardine di tutto) che mancano, in assoluto, le IDEE, le NUOVE IDEE.
Prima di partire a parlare delle idee (che qui sono venute fuori) vorrei,però, un attimo discutere del concetto di “partecipazione”.
Tutti siamo bravi a parlare male di questo o di quello, di criticare, ecc. e poi, quando si organizzano dei meeting, come ad esempio questo, la partecipazione (fisica) è sempre bassa.
E’ facile, allora, domandarsi se questa generazione è interessata veramente, a cambiare il proprio destino!
Armiamo-“ci” e Parti-“te”, questo, mi pare, sia lo slogan ideale!
Rimboccarsi le maniche, d’altronde, è troppo faticoso, chi ce la fa fare, tanto, come afferma A.Padrone “…viviamo sereni con i soldi di mamma e papà, siamo figli unici, erediteremo la casa dei nostri genitori…”
Torniamo, ora, alle idee.
Cosa possiamo fare per cominciare a cambiare il nostro sistema Italia, quindi il futuro? E’ questa la domanda che si sono posti i protagonisti del dibattito. Ognuno di loro ha espresso la sua idea.
F.Delzio ha parlato di “nomadismo”. Sostiene che bisogna andare a cercare le opportunità lì dove si presentano, sotto casa così come alla parte opposta del mondo e, poi, riportarle in Italia.
Insieme a M. Martone, afferma che i successi individuali, quindi, devono fare “sistema”, altrimenti rimarranno solo e soltanto individuali.
A.Padrone sostiene che, per avere idee nuove e nuove energie, bisogna aiutare le donne a lavorare di più. Per far ciò, ovviamente, è necessario dare più servizi alle famiglie, ridurre le aliquote per le donne che lavorano, e perché no, arrivare alla soluzione estrema delle “quote rosa” di rappresentanza.
F.Mello sostiene l’idea che bisogna fare “un’operazione culturale” (o forse meglio una “rivoluzione” culturale, dico io) partendo da una nuova “comunicazione”; bisogna creare “consenso” utilizzando, ad esempio, sia i media tradizionali che i nuovi.
G.Gennaio sostiene che bisogna assumersi le proprie responsabilità, istituzionali e politiche.
Nel nostro Parlamento non ci sono i giovani, e quindi i giovani non sono rappresentati. Le leggi si fanno in Parlamento, e visto che il Parlamento è vecchio ed inefficiente, bisogna cambiarlo attraverso soluzioni graduali: ad esempio, cominciando a fare battaglia per le “quote giovani” in politica.
Tutti sono stati d’accordo nel ribadire che, in questa nostra società, abbiamo bisogno di meno diritti e più doveri. Basta alle lotte tra cosiddetti “insider” e “outsider”. Le priorità, insomma, le conosciamo tutti (tranne i nostri politici, a questo punto…): riduzione del debito pubblico, nuovo welfare, flexsecurity, ecc.
Non aspettiamoci che le soluzioni, però, possano venire dall’alto (non arriveranno mai). E allora?
Allora dobbiamo coalizzarci e fare rete, tutti insieme e partecipare in prima persona. Dobbiamo “costringere” i nostri parlamentari a scegliere “la responsabilità per il nostro futuro” e non solo la loro “rielezione”! Fare quasi un’ Assemblea Costituente (ha suggerito G.Gennaio) in cui, tutti noi, tutte le migliori energie del Paese si concentrino sulle “vere” riforme da attuare per la rinascita del Sistema Italia.
Una sola parola, allora: COALIZZIAMOCI, facciamo RUMORE…
Qualcuno di loro ha pensato, scherzosamente, ad un calendario con le foto di loro giovani scrittori e cantori del precario (che vuole essere) felice o ad “una compagnia di giro” che rappresenti una specie di Porta a Porta per la riscossa di giovani e donne.
Si accettano, allora, proposte e candidature…

domenica 21 ottobre 2007

Il punto...

Come ci si sente dopo aver assistito ieri a due manifestazioni, che come ho già detto nel precedente post, apparentemente opposte ma così terribilmente vicine?
Così come si chiede fede mello: se il ministro e i deputati, i senatori, sottosegretari, ecc., metteranno nel protocollo del welfare qualcosa per una “flessibilità sostenibile”, per uno stato sociale che inizi a creare dei diritti sociali individuali, me lo chiedo anche io ed anche io mi rispondo di no.
Mi chiedo, anche, se al posto delle pure ideologie politiche ci possa veramente essere spazio al riformismo.
A.Padrone sostiene che il riformismo in Italia non ha mai avuto successo, ma perché tutto questo?
Come al solito forse nessuno vuole perdere dei prilivegi? E’ mai possibile che noi italiani siamo un popolo di egoisti?
L’altro giorno, ascoltando un’intervista a Tito Boeri alla radio, addirittura parlava di una situazione italiana tutta paradossale, ossia della combinazione di altruismo privato e di egoismo pubblico. Mi spiego meglio. Lui sostiene che l'amore sterminato dei genitori italiani per i propri figli non ha frenato la più massiccia redistribuzione di risorse dalla generazione dei figli a quella dei genitori, di cui si abbia traccia in epoca recente. Negli ultimi decenni, l’ Italia ha raddoppiato il debito pubblico e promesso pensioni molto generose, nonostante il calo della fertilità e l'allungamento della vita: su ogni giovane italiano oggi gravano 80.000 euro di debito pubblico e 250.000 euro di debito pensionistico. Questo debito lo si è fatto non tanto per costruire infrastrutture, migliorare la qualità dell'istruzione o della vita nelle grandi città, ma per pagare pensioni di invalidità a volte di dubbia assegnazione, creare posti pubblici spesso inefficienti, concedere baby pensioni e generose pensioni di anzianità, cedere alle pressioni di rappresentanze di interessi specifici e di breve respiro. Insomma, i nostri genitori pensano molto a noi figli, lottano per assicurarci un buon futuro, ma non pensano per nulla ai figli degli altri, vale a dire ai giovani in quanto tali.
Lui stesso parlava che è arrivata veramente l’ora che la generazione di mezzo, ossia dei 40enni, si rimboccasse le maniche e lavorasse seriamente su riforme del mercato del lavoro, del mondo delle professioni, dei servizi, del sistema pensionistico e del welfare. Ma anche al sostegno della maternità e a favore del merito, in ogni ambito e a ogni livello.
A me sembra piuttosto difficile che la generazione dei 40enni faccia tutto ciò, considerando anche l’età media dei nostri politici, delle classi dirigenti, e, a questo punto, dei manifestanti a queste ultime due occasioni di protesta!
Alla fine della fiera, tutti sostengono la stessa cosa (detta forse in parole diverse) ma non si riesce ad uscire fuori da questa situazione di stallo. E allora?
Io mi sento, terribilmente, confusa o forse meglio dire, impotente…

venerdì 12 ottobre 2007

Precarietà o flessibilità?

Questo video, mi ha veramente colpito... Che sia la nuova forma di caporalato?

Speriamo che non si avveri mai!! Certo sta anche a noi lottare....

giovedì 4 ottobre 2007

I PARADOSSI DELLA FLESSIBILITA', O MEGLIO LA PRECARIETA' REALE

Il peggior contratto di lavoro, dal mio punto di vista, è il contratto di collaborazione, sia esso occasionale, a progetto, ecc.
Sono, infatti, i collaboratori, che più di ogni altro lavoratore, sopportano il peso di una flessibilità non regolata, priva di reti di protezione sociale e che sconfinano,
perciò, nella precarietà lavorativa ed esistenziale.
Analizziamo quali sono i diritti, se ci sono, di questi lavoratori.

MALATTIA
L’INPS (gestione separata) riconosce l’indennità di malattia solo in caso di ricovero ospedaliero.
Cari collaboratori, mi raccomando, anche per l’influenza è consigliato il ricovero ospedaliero…altrimenti niente soldi.

ASSEGNO AL NUCLEO FAMILIARE
Al collaboratore spetta l’assegno al nucleo familiare a condizione che almeno il 70% del reddito familiare derivi da attività di collaborazione.

FORMAZIONE
Ai collaboratori formazione e aggiornamento professionale sono, di fatto, diritti negati.
Bella anche questa, da ogni parte ci dicono che dobbiamo continuamente aggiornarci per aumentare le nostre competenze professionali nel mercato lavorativo, in realtà qui si nega la formazione.

MATERNITA’
L’indennità in questione è corrisposta dall’Inps, per i due mesi precedenti e per i tre mesi successivi la data del parto. L’indennità viene erogata a condizione però che nell’anno precedente i due mesi prima del parto, risultino accreditate presso la Gestione separata Inps almeno tre mensilità del contributo dello 0,50% (contributo che dà diritto a prestazioni quali maternità, assegno al nucleo familiare e malattia in caso di ricovero ospedaliero).A questo si aggiunge, per le collaboratrici a progetto in caso di gravidanza, la sospensione e la proroga del rapporto contrattuale. A meno che non vi sia una disposizione più favorevole del proprio contratto individuale, il rapporto è prorogato per un periodo massimo di 180 giorni.
Qui l’Inps ha stabilito che non sussiste l’obbligo di astensione dal lavoro nei due mesi precedenti e nei tre successivi al parto. Quindi non sono previste indennità per
“interdizione anticipata” come nei casi di maternità a rischio. Infine, alle
lavoratrici parasubordinate non spetta l’assegno di aborto erogato dall’Inps alle dipendenti sotto forma di indennità di malattia.
Care amiche, mi raccomando allora a fare figli, eh? Tutto a vostro rischio e pericolo…

AMMORTIZZATORI SOCIALI
I lavoratori parasubordinati non godono di indennità di disoccupazione.
Ecco il grande paradosso!

CREDITO
La prassi costante degli istituti di credito è quella di condizionare la concessione di mutui e prestiti al possesso di un contratto a tempo indeterminato.
Adesso qualcosa in tal senso si muove, però a questi lavoratori viene applicato un tasso di interesse maggiore!


SICUREZZA SUL LAVORO
In passato, in mancanza di norme specifiche, si ricorreva all’applicazione del dlgs 626/94 (la legge di settore) per estensione analogica in quanto applicabile in tutti i luoghi di lavoro.
Il dlgs 276/03 ha previsto espressamente per i collaboratori a progetto l’applicazione delle disposizioni sulla sicurezza.


LA PENSIONE
Il raggiungimento di un trattamento pensionistico dignitoso per i collaboratori rimane fortemente problematico. Non hanno diritto al trattamento di fine rapporto e alla previdenza complementare.


ALTRI PARADOSSI
Nel lavoro a progetto, introdotto dal dlgs 276/03, sia l’infortunio che la malattia danno luogo addirittura alla risoluzione anticipata del contratto.
Infatti, se il contratto ha una durata determinata può essere risolto se la sua sospensione, per infortunio o malattia, è superiore a un sesto della sua durata. Invece, nel caso di un contratto la cui durata è determinabile, la sua risoluzione può avvenire se la sospensione per infortunio o malattia è superiore a 30 giorni. La stessa sicurezza sul lavoro non è uguale a quella degli altri lavoratori: la legge 626, che è stata estesa ai lavoratori a progetto dal dlgs 276/03, è di difficile applicazione perché mancano le norme di dettaglio
sulle modalità di regolazione dei rapporti parasubordinati.
E il Congedo parentale? Non esiste.

Sul protocollo del welfare si parla di questo?
Si parla solo di aumento di aliquota per questi contratti ed accesso a un fondo credito.
Per il resto zero assoluto!
Complimenti, cari legislatori, voi si che ascoltate i veri problemi dei giovani!!!
Documentatevi seriamente, come ad esempio il caso di Michela, che è la storia di tantissimi giovani!
E poi vi lamentate di personaggi come Beppe Grillo….

mercoledì 18 luglio 2007

Flessibilità: libertà o schiavitù?

E’ come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Per alcuni di noi la flessibilità è intesa come libertà, nel senso che il lavoro a termine potrebbe rispondere ad un modo di progettare e pensare la propria vita rifiutando programmi a lungo termine, per concentrarsi, invece, su obiettivi a breve termine.
Altri di noi intendono la flessibilità come un grosso macigno: non riescono a sopportare la percezione di provvisorietà ed incertezza. Questa fonte d’ansia, tra l’altro, paralizza il pensare al futuro!
Quando parlo con i miei amici, che si definiscono “atipici” confrontandosi con me, cosiddetta “tipica”, mi pare quasi che il problema stia tutto in una parolina, ossia lavoro “determinato” e “indeterminato”.
Fare questa distinzione è ormai fuoriluogo. Se l’azienda per cui oggi lavoro, domani non fattura più ovviamente chiude, perciò dovrò trovarmi un altro lavoro!!
Allora, ragionando in questi termini, è o no la stessa cosa?
Questo è il motivo per cui dobbiamo lavorare tutti insieme, tipici e non.
Cominciamo a pensare seriamente cosa possiamo proporre, di concreto, ai nostri sindacati, governi, ecc.
Un amico del blog (precario a vita http://somministrato.blogspot.com/) afferma che gli ammortizzatori sociali o meglio gli strumenti di protezione sociale, non servono, facendo l’esempio dal baby-bonus di qualche anno fa.
Allora stiliamo insieme delle proposte, delle idee anche perché sulla rete ormai siamo in tanti (sogno troppo?).
Quali sono veramente le cose che non vanno nelle Leggi sul lavoro?
Partiamo ad esempio (visto che non si parla d’altro) dalla Legge Biagi. Conosciamola meglio e sottolineamo insieme le insidie alle tutele dei lavoratori. Magari potrebbe venire fuori qualcosa di innovativo da proporre ai nostri giuslavoristi.
Cosa ci da veramente fastidio della precarietà?

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