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martedì 17 giugno 2008

L'asta al ribasso del lavoro intellettuale

D’accordo di dare alle imprese la flessibilità di cui hanno bisogno, ma arrivare addirittura a leggere in un bando di concorso, come criterio di valutazione, questo: - ribasso compenso professionale ....……………………….max punti 10
mi pare, veramente, il massimo della esagerazione!
Requisiti: Laurea in Statistica o in Economia,
- esperienza specifica acquisita nell’ultimo quinquennio
in progetti o programmi analoghi a quelli oggetto dell’incarico, con particolare riferimento all’economia Inserisci linkdella provincia di Bologna.
Per il bando, leggete qui
Questo e’ il bell’esempio del nostro Paese che sa valorizzare i propri talenti, giusto?
Agli studiosi di economia, forniti di competenza altamente specializzata, il compenso, (uso le parole del bando di concorso) per un anno di lavoro, sara’ di 18.000 Euro lordi, che potra’, anche, essere piu’ basso grazie all’innovativa idea di trattare il lavoro intellettuale e, quindi il lavoratore, come una merce da aggiudicarsi in una gara d’appalto al ribasso!
Bella idea, vero? Mi pare che fino ad ora non ci aveva ancora pensato nessuno…
Sara’ forse l’inizio di una nuova era? Mi chiedo se e’ legale tutto questo o se e’ solo un’ ulteriore fantasia interpretativa della Legge Biagi…
Riflettiamoci….

domenica 7 ottobre 2007

BAMBOCCIONI


Visto che non si parla d'altro in questi giorni, posto un commento di G.Cazzola pubblicato in questi giorni sui quotidiani nazionali (Il resto del Carlino, il Giorno, la Nazione) che è quello che più si avvicina al mio modo di pensare.

Quell’epiteto, sospeso tra il paternalismo e l’insulto, Tommaso Padoa Schioppa poteva risparmiarselo. Il Governo non può onestamente credere che le mance introdotte nel disegno di legge finanziaria siano in grado di migliorare la condizione dei nostri figli e nipoti. E’ vero. Il dibattito politico è intriso di una mistica del precariato che, sovente, induce i giovani ad autocompatirsi, insieme alle loro famiglie, dimenticando che la legislazione innovativa del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu alla legge Biagi) è scaturita dalla pressante esigenza di superare (in Italia come in Europa) l’emergenza della disoccupazione giovanile che aveva drammaticamente caratterizzato gli anni Ottanta. Allo stesso modo, non si analizza mai abbastanza la crescente tendenza tra i giovani a rifiutare lavori (non sempre marginali e gravosi) che potrebbero garantire loro un’occupazione stabile (nell’industria manifatturiera per esempio o nel campo dei servizi alla persona). Se, dunque, è venuto il momento di fare la tara ad un certo giovanilismo peloso di cui dà bella mostra, a parole, la sinistra (anche i giovani fruiscono del maggior benessere di cui dispone il Paese ed hanno dei vantaggi sconosciuti alle precedenti generazioni), è tuttavia inaccettabile liquidare – come ha fatto il ministro – dei problemi seri e gravi con una battuta infelice. Non è colpa dei giovani (ma degli ordinamenti scolastici e universitari) se il loro percorso formativo si conclude ad un’età ormai prossima ai trent’anni quando i colleghi europei si laureano e accedono al mercato del lavoro a 24-25 anni. Non è responsabilità dei giovani se durante gli anni di studio non dispongono di strutture adeguate ma devono pesare interamente sulle famiglie e se non possono avvalersi di servizi per l’impiego in grado di fare intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Ma non basta. Il Governo non si limita a trascurare i giovani. Si è assunto, pure, gravissime responsabilità nei loro confronti. Perché non dire che gli scarsi benefici ottenuti nell’accordo del 23 luglio, i giovani li hanno pagati, con gli interessi, attraverso un incremento, dal 2007, di ben sei punti dell’aliquota contributiva dei lavoratori atipici ? E non aggiungere che saranno sempre i giovani a finanziare, nei prossimi anni, gran parte dei maggiori oneri derivanti dal superamento dello scalone ? Mentre l’Inps ha un bilancio in attivo grazie agli introiti della gestione dei parasubordinati, i cui colossali avanzi tengono in piedi il sistema pensionistico.

Giuliano Cazzola




lunedì 17 settembre 2007

PRECARI E CONTENTI



Oggi vi voglio parlare delle mie impressioni su questo libro, tra l’altro l’autrice, Angela Padrone, spesso partecipa attivamente nel mio blog ( e nel suo, ha anche descritto la mia storia) con i suoi commenti e quindi, vi confesso, che ero molto curiosa di leggerlo.
La prima cosa che mi sono chiesta, appena preso in mano il libro, è stata: “ma si può essere precari e contenti?” Considerato il periodo in cui non si parla d’altro che del “Grillismo” e di “schiavitù post-industriale giovanile”, il primo pensiero che mi è venuto in mente è stato: “l’autrice, Angela Padrone, giornalista del Messaggero, nonché facente parte in primis della direzione del giornale, già per il fatto di essere giornalista (e quindi, come quasi noi tutti pensiamo, appartenere ad una “casta” di poteri forti del nostro Paese), non vuole fare altro che convincerci che precario è bello”.
E invece, niente di tutto questo…
Sin dai primi capitoli, dove lei racconta la sua storia lavorativa, con le emozioni, le difficoltà e speranze, comuni a quanto pare in ogni tempo, ci si rende conto che è tutta un’altra storia.
La parte centrale del libro è fatta di storie vere, vissute da giovani e meno giovani, che hanno lasciato un segno indelebile dove sono passati. Ogni persona è il “protagonista” della propria vita. E, a volte, sono proprio le difficoltà che fanno uscire il meglio di se stessi, la loro originalità e genialità. In ognuna di queste storie, spesso ho ritrovato pezzi anche della mia vita.
Ognuno, in base alla propria indole, o si sente “sfruttato” e basta, o si sente, nonostante tutto, nelle condizioni di trarre anche degli insegnamenti dal proprio senso di sfruttamento. Un esempio di ciò lo si trova molto ben descritto nel capitolo dedicato ai call-center. In quello che lei ha visitato c’è di tutto, dalla casalinga contenta di guadagnare qualcosa e di correre a casa dai figli a qualunque orario a chi, laureato, si trova lì perché non ha trovato di meglio, ecc.
Angela Padrone afferma che adesso ci sono più opportunità di lavorare rispetto agli anni ’70 e ’80. Prima o si era fuori o si era dentro, o ancora peggio in nero (piaga purtroppo ancora molto attuale).
Lei sostiene che, grazie all’attuale flessibilità nel lavoro, ci possono essere occasioni di crescita inimmaginabili. Questo, però, spesso viene messo tra parentesi, perché in Italia la flessibilità è vissuta come precarietà, e come lei stessa afferma… “il precariato in Italia è visto come la peste manzoniana. E’ un bubbone e non ci si vuole convivere. Si ha paura di guardarlo, magari ci si nasconde sotto le lenzuola, come fa Don Rodrigo quando ci si ammala. Diventa impossibile essere obiettivi…”
Nelle conclusioni del suo libro, c’è una bellissima descrizione di quello che è stata ed è la disoccupazione in Italia, sia in “cifre” che in “percezione”. C’è anche un excursus sulle normative che hanno portato in Italia la flessibilità, risalenti molto prima al 2003, anno della “famigerata” legge 30 (Biagi), che secondo la maggior parte di noi ha portato il precariato in Italia.
Mi ha colpito inoltre, molto, il capitolo intitolato “Gli indiani, i giapponesi e la flexicurity”. Lei qui afferma … “ l’Italia si è avvicinata alla media internazionale nella flessibilità e temporaneità del lavoro, ma non ha istituito forme di protezione o di salario minimo per chi non ha un posto fisso. Ben diverso sarebbe se anche chi perde un lavoro precario beneficiasse di sistemi di salario minimo e di ricerca di un altro lavoro, come in molti altri paesi. In uno slogan si potrebbe dire: via i fannulloni e sì alla pensione per i precari….. Sono correttivi indispensabili in un mondo sempre più flessibile…..”
Penso che in questo mondo lavorativo, sia questo il vero cammino da intraprendere, d’altronde è inutile bendarsi gli occhi. Il mondo non può più tornare indietro e ormai, diffido da chi fa demagogia sciocca pensando che il lavoro debba essere a vita e soltanto a tempo indeterminato.
Ognuno di noi ha le capacità di tirare fuori il meglio di sé; le storie di questo libro lo dimostrano, i talenti sono tanti e differenti che difficilmente chi lavora con onestà, professionalità ed umiltà rimane a casa. E’ sempre bene sapere dove si vuole andare, avere, insomma, ben chiaro in mente l’obiettivo e poi agire per raggiungerlo, con un pizzico di entusiasmo che non guasta mai e lottando anche per i propri diritti.
Concludo con le parole dell’autrice: “ le storie raccontate in questo libro dimostrano quali risultati si possono ottenere con l’intelligenza, la convinzione e la passione ”.
Che altro dire, se non buona lettura!!

sabato 1 settembre 2007

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE...








Durante il mese di Agosto la stampa ha avuto tanto da scrivere riguardo le leggi che regolano il mercato del lavoro (in primis la legge Biagi) e ogni giornalista ha espresso la sua opinione.Tra i tanti, alcuni affermano che è necessario la completa liberalizzazione del mercato del lavoro per rimuovere le arretratezze del nostro sistema produttivo così come la presenza dei Sindacati. (W la Cina, a questo punto…).

Mi riferisco in particolare a F. Giavazzi (la delusione dei più deboli) sul Corriere della Sera. In alcuni punti, lui afferma che l’eliminazione dei contratti a tempo indeterminato con le ormai vecchie protezioni sociali, l’introduzione di maggiore libertà di licenziamento, possono ridurre le diseguaglianze sociali. Attualmente il mercato del lavoro più libero in assoluto, nel mondo industrializzato, è quello degli USA. Qui c’è libertà di licenziamento, da parte del datore di lavoro, senza l’obbligo di dare giustificazioni di alcun tipo. Inoltre, gli individui dipendono dai loro datori di lavoro per quanto riguarda l’assicurazione sulla salute. Se dovessero perdere il lavoro, perderebbero anche la loro assicurazione sanitaria e se si dovessero ammalare nel periodo tra due impieghi ciò potrebbe avere delle conseguenze su tutta la loro vita. Non mi sembra, quindi, che questo fenomeno abbia contribuito a diminuire la crescita delle diseguaglianze sociali in questo paese, anzi…

Da tutte le varie discussioni che ci sono state e ci sono ancora, mi pare che si voglia instillare quasi un “odio” tra lavoratori cosiddetti “tipici” e gli “atipici” parlando addirittura di PRIVILEGI che i primi godono rispetto agli altri anziché di DIRITTI. Che vergogna, i DIRITTI stanno diventando PRIVILEGI!!! Come dice un lettore del blog somministrato in un commento del post - l'equilibrista - “… ma qual'è quell'overdose di privilegi di cui godono i lavoratori a tempo indeterminato?La assemblee? Le ferie? La mutua?Il rifiuto dello straordinario?...” Leggete la sua storia, ormai nelle Aziende va di moda l’esternalizzazione (vedi anche post il tempo indeterminato precario…..)

J. Stiglitz nel suo libro La globalizzazione che funziona afferma: “ L’impiego a vita sarà una cosa del passato. La gente dovrà spostarsi da un impiego all’altro durante la propria vita lavorativa. Una delle maggiori sfide del nostro sistema scolastico sarà preparare le nuove generazioni a questa transizione ed una delle sfide del nostro sistema sociale sarà rendere questa transizione il più facile possibile per la gente. Ci sarà più precarietà rispetto al passato, più rischi, ma possiamo ridurre le conseguenze sociali. La globalizzazione è stata usata come una scusa per indebolire la protezione sociale. Piuttosto, il fatto che l’occupazione sta diventando sempre più precaria è un motivo per rafforzare la protezione sociale. Certamente, dobbiamo impegnarci a rendere questa protezione più funzionale e qualche volta, nel passato, non lo è stata, ma questa non può essere una giustificazione per sbarazzarsi della protezione sociale ”.

Infine, voglio esprimere il mio parere riguardo il nascente Comitato per la difesa della Legge Biagi.

Angela Padrone nel post il comitato legge Biagi del suo blog scrive: “….La maggior parte dei problemi del mercato del lavoro in Italia sono il risultato di vecchie incrostazioni e inadeguatezze piuttosto che dei tentativi di adeguamento, modernizzazione e tutela degli ultimi anni. Ma è più facile trovare un capro espiatorio e arringare le masse: secondo questa linea chi ha delle difficoltà sul lavoro non ha che da prendersela con la legge Biagi, no? Poi è ovvio che qualunque legge è perfettibile. In questo caso bisognerebbe dire qualunque "corpo" di leggi, visto che il mercato del lavoro non è certo regolato da un'unica legge. Più ancora contano i comportamenti diffusi, la cultura, le strutture, l'economia, e gli uomini. Se si dovesse vedere tutto ciò che di buono, e di non applicato, c'è in questa come in altre norme regolatorie, non si finirebbe più. Sarebbe bello che su questo tema si smettesse di fare il tifo, si smettesse di parlare per luoghi comuni e per ideologie, dividendosi in buoni e cattivi. E fregandosene, molto spesso, dei problemi reali di chi entra nel mercato del lavoro o ci vive male, per motivi spesso opposti. Un tema solo voglio qui sottolineare, a mo' di esempio: la mancanza di trasparenza del mercato, che peggiora le possibilità di lavoro dei più svantaggiati, e crea difficoltà anche a chi ha capacità e competenze di alto livello. Resta così campo libero per il malcostume del familismo, del nepotismo, della raccomandazione. La legge Biagi aveva affrontato questo problema, ma è poco applicata. Perché?...”

Se questo comitato serve a rispondere a queste domande che la giornalista si pone, ben venga, altrimenti, non lo condivido. E non approvo, neanche, che sul loro sito non si possano lasciare dei commenti. Si ha forse paura delle opinioni di chi la pensa diversamente?
E poi, per concludere, visto che siamo tutti bravi (compresa me, forse) a parlare degli “atipici” che sognano un contratto “tipico”, mi piacerebbe conoscere il tipo di contratto lavorativo che hanno gli aderenti al comitato.
Non credo che qualcuno di loro mi risponda…, gli ho già mandato una e-mail con questa domanda da una settimana, nessuno mi ha risposto…
C'è tanto sui cui riflettere.... e dibattere.....

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