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domenica 28 settembre 2008

Il luogo di lavoro ideale

Ho cambiato un po' l'aspetto del blog, dopo il primo anno faccio le prime ristrutturazioni...

Ho voglia di cose nuove, anche perche', in questo periodo, si sente sempre parlare dei lavoratori di Alitalia (con tutto rispetto per loro....) come se solo loro avessero i problemi...

Secondo una ricerca, la Cass Business School di Londra, nell'ambito di un'indagine internazionale sulla soddisfazione del proprio lavoro, descrive gli italiani ben poco motivati, non soddisfatti del proprio ruolo, mediamente cinici, e al top della classifica dei più nevrotici lavoratori del mondo, al limite della frustrazione, al 5° posto, subito dopo Giappone e prima della Russia.

Girovagando poi nella rete mi sono fermata a riflettere su quanto scritto da un certo sig. Giorgio su Job24, sul luogo di lavoro ideale:

.......Il mio luogo di lavoro ideale dovrebbe avere queste
caratteristiche:
_molto spazioso _pavimento in parquet _soffitti alti _open
space che
facilita la comunicazione con i colleghi _sedie comode _grandi vetrate _vicino a
casa, max 10 minuti a piedi _all'interno di un parco (che dovrei attraversare,
10 min a piedi da casa) _musica bassa all'interno per chi la desidera _ampi ed
accoglienti spazi ristorativi interni _parcheggi a disposizione per tutti
_facilitazioni x chi ha bambini piccoli (nursery interna)
_fisioterapista/osteopata a disposizione 1 volta la settimana Mancano solo
colleghi/capi simpatici e siamo a posto....

Chissa' come la penserebbe il suo datore di lavoro....

mercoledì 7 maggio 2008

Il punto di partenza...sul lavoro



Ho qui voluto riportare, in video e in par condicio, i programmi elettorali (riguardo la tematica sul lavoro) dei nostri leaders parlamentari per ricordarci il punto di partenza del prossimo esecutivo.


Gli auguro buon lavoro... per tutti...



giovedì 28 febbraio 2008

Donne e lavoro


Scrivo questo post partendo da una discussione sul blog di Arnald sulla questione maternità e dal fatto che proprio ieri, sono stata a casa (per la gioia di Ghost – senza essere retribuita -) per assistere mia figlia malata…
In questo post, un uomo ha descritto la sua esperienza, sul posto di lavoro, di come alcune donne “approfittano” paradossalmente di una legge sulla tutela della maternità.
Mi è parso così strano questo argomento che quasi mi è sembrata una “guerra tra poveri”, nel senso di una guerra tra uomini che sono quasi gelosi di questi diritti (per alcuni, esagerati) e noi donne, alla presa tra le gioie e dolori di una maternità e soprattutto di una vita successiva di madre-lavoratrice sempre sul filo del rasoio del tempo (con il continuo senso di colpa nei confronti dei figli e della carriera lavorativa che stenta, sempre, a crescere).
Ho trovato sulla rete questo video (molto interessante e che vi consiglio di vedere) che descrive le differenze esistenti di welfare tra la nostra Italia e il resto di Europa (non è vero che siamo la nazione che tutela di più la maternità).
Quello che più mi ha colpito, in queste interviste, è purtroppo il fatto che, spesso, all’interno delle proprie famiglie, il ruolo del padre è quasi inesistente (se chiedete ad un uomo di parlarvi del congedo parentale che gli spetta, quasi nessuno sa rispondervi) e il fatto che noi donne ci accontentiamo del primo lavoro che troviamo, proprio per essere sempre presenti nel lavoro di cura di figli (e non solo).
E’ chiaro, allora, che questo costituisce una discrimante per i datori di lavoro, sia al momento dell’assunzione (non è raro che durante la selezione ci venga chiesto se abbiamo figli o se intendiamo averne), sia al momento di un’eventuale crescita professionale.
Se il papà non collabora, è ovvio che una donna-mamma si assenti più spesso dei propri colleghi, sia per accudire un figlio malato che per accompagnarlo dal pediatra, ad esempio.
I tempi del lavoro, insomma, non coincidono con i tempi della famiglia. Noi donne, per forza, dobbiamo riuscire a conciliare i nostri impegni professionali con quelli familiari senza poterci dedicare, per ovvie ragioni, “anima e corpo” al nostro lavoro. La cosa peggiore, poi, è non avere neanche del tempo libero per potersi dedicare a se stessi, ai nostri hobbies, ecc.
Concludo affermando amaramente, purtroppo, che il problema è soprattutto di natura culturale; fino a quando si relegherà il ruolo di cura, solo a noi donne, non ci sarà legge che tenga che sappia riconoscere, ufficialmente e pienamente, il ruolo e i diritti di noi donne lavoratrici.

venerdì 23 novembre 2007

Come è il lavoro oggi?






Secondo l’ultimo rapporto ISFOL presentato in questi giorni, il lavoro, nel nostro Belpaese, è diventato sempre più a termine e, circa 10 lavoratori su 100 sono costretti a destreggiarsi tra contratto a tempo determinato, apprendistato, co.co.pro, co.co.co. Quasi la metà, inoltre, di tutti questi contratti a termine sono stati già rinnovati almeno una volta (48%) e tra gli under 30, solo il 53% ha un contratto a tempo indeterminato.
La nota positiva, in tutto ciò, è che nel 2006 abbiamo raggiunto il record storico di occupazione, sia in termini assoluti (23 milioni ) che in percentuale annuale (+2%).
I più sfavoriti nel lavoro risultano ancora essere le donne e i giovani. Sempre secondo l’Isfol solo il 36% delle donne occupate hanno avuto un contratto a tempo indeterminato, tutte le altre hanno avuto contratti cosiddetti atipici. Rilevato anche il problema dei salari bassi, che riguardano, in particolare ma non solo, proprio i contratti a tempo.
Una nota particolarmente interessante del rapporto Isfol riguarda l’insoddisfazione del lavoro da parte di chi lo svolge. Il lavoratore si sente immobile, deluso e impoverito; soprattutto da prospettive di crescita, stimoli e realizzazioni professionali.
Diverso tempo fa, il lavoro rappresentava lo strumento principe dell’affermazione della propria identità, del proprio ruolo all’interno della società. Questo quando il lavoro non era considerato una merce come lo è, invece, oggi. Non mi meraviglio, allora, che non abbiamo più bisogno del lavoro per vivere, ma solo per sopravvivere…
Arriverà mai il momento che i nostri governanti decideranno di ascoltare le parti sociali (intese non solo come i sindacati ma anche le singole persone) per costruire, insieme, un mondo del lavoro migliore di quello che stiamo vivendo?

domenica 7 ottobre 2007

BAMBOCCIONI


Visto che non si parla d'altro in questi giorni, posto un commento di G.Cazzola pubblicato in questi giorni sui quotidiani nazionali (Il resto del Carlino, il Giorno, la Nazione) che è quello che più si avvicina al mio modo di pensare.

Quell’epiteto, sospeso tra il paternalismo e l’insulto, Tommaso Padoa Schioppa poteva risparmiarselo. Il Governo non può onestamente credere che le mance introdotte nel disegno di legge finanziaria siano in grado di migliorare la condizione dei nostri figli e nipoti. E’ vero. Il dibattito politico è intriso di una mistica del precariato che, sovente, induce i giovani ad autocompatirsi, insieme alle loro famiglie, dimenticando che la legislazione innovativa del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu alla legge Biagi) è scaturita dalla pressante esigenza di superare (in Italia come in Europa) l’emergenza della disoccupazione giovanile che aveva drammaticamente caratterizzato gli anni Ottanta. Allo stesso modo, non si analizza mai abbastanza la crescente tendenza tra i giovani a rifiutare lavori (non sempre marginali e gravosi) che potrebbero garantire loro un’occupazione stabile (nell’industria manifatturiera per esempio o nel campo dei servizi alla persona). Se, dunque, è venuto il momento di fare la tara ad un certo giovanilismo peloso di cui dà bella mostra, a parole, la sinistra (anche i giovani fruiscono del maggior benessere di cui dispone il Paese ed hanno dei vantaggi sconosciuti alle precedenti generazioni), è tuttavia inaccettabile liquidare – come ha fatto il ministro – dei problemi seri e gravi con una battuta infelice. Non è colpa dei giovani (ma degli ordinamenti scolastici e universitari) se il loro percorso formativo si conclude ad un’età ormai prossima ai trent’anni quando i colleghi europei si laureano e accedono al mercato del lavoro a 24-25 anni. Non è responsabilità dei giovani se durante gli anni di studio non dispongono di strutture adeguate ma devono pesare interamente sulle famiglie e se non possono avvalersi di servizi per l’impiego in grado di fare intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Ma non basta. Il Governo non si limita a trascurare i giovani. Si è assunto, pure, gravissime responsabilità nei loro confronti. Perché non dire che gli scarsi benefici ottenuti nell’accordo del 23 luglio, i giovani li hanno pagati, con gli interessi, attraverso un incremento, dal 2007, di ben sei punti dell’aliquota contributiva dei lavoratori atipici ? E non aggiungere che saranno sempre i giovani a finanziare, nei prossimi anni, gran parte dei maggiori oneri derivanti dal superamento dello scalone ? Mentre l’Inps ha un bilancio in attivo grazie agli introiti della gestione dei parasubordinati, i cui colossali avanzi tengono in piedi il sistema pensionistico.

Giuliano Cazzola




lunedì 17 settembre 2007

PRECARI E CONTENTI



Oggi vi voglio parlare delle mie impressioni su questo libro, tra l’altro l’autrice, Angela Padrone, spesso partecipa attivamente nel mio blog ( e nel suo, ha anche descritto la mia storia) con i suoi commenti e quindi, vi confesso, che ero molto curiosa di leggerlo.
La prima cosa che mi sono chiesta, appena preso in mano il libro, è stata: “ma si può essere precari e contenti?” Considerato il periodo in cui non si parla d’altro che del “Grillismo” e di “schiavitù post-industriale giovanile”, il primo pensiero che mi è venuto in mente è stato: “l’autrice, Angela Padrone, giornalista del Messaggero, nonché facente parte in primis della direzione del giornale, già per il fatto di essere giornalista (e quindi, come quasi noi tutti pensiamo, appartenere ad una “casta” di poteri forti del nostro Paese), non vuole fare altro che convincerci che precario è bello”.
E invece, niente di tutto questo…
Sin dai primi capitoli, dove lei racconta la sua storia lavorativa, con le emozioni, le difficoltà e speranze, comuni a quanto pare in ogni tempo, ci si rende conto che è tutta un’altra storia.
La parte centrale del libro è fatta di storie vere, vissute da giovani e meno giovani, che hanno lasciato un segno indelebile dove sono passati. Ogni persona è il “protagonista” della propria vita. E, a volte, sono proprio le difficoltà che fanno uscire il meglio di se stessi, la loro originalità e genialità. In ognuna di queste storie, spesso ho ritrovato pezzi anche della mia vita.
Ognuno, in base alla propria indole, o si sente “sfruttato” e basta, o si sente, nonostante tutto, nelle condizioni di trarre anche degli insegnamenti dal proprio senso di sfruttamento. Un esempio di ciò lo si trova molto ben descritto nel capitolo dedicato ai call-center. In quello che lei ha visitato c’è di tutto, dalla casalinga contenta di guadagnare qualcosa e di correre a casa dai figli a qualunque orario a chi, laureato, si trova lì perché non ha trovato di meglio, ecc.
Angela Padrone afferma che adesso ci sono più opportunità di lavorare rispetto agli anni ’70 e ’80. Prima o si era fuori o si era dentro, o ancora peggio in nero (piaga purtroppo ancora molto attuale).
Lei sostiene che, grazie all’attuale flessibilità nel lavoro, ci possono essere occasioni di crescita inimmaginabili. Questo, però, spesso viene messo tra parentesi, perché in Italia la flessibilità è vissuta come precarietà, e come lei stessa afferma… “il precariato in Italia è visto come la peste manzoniana. E’ un bubbone e non ci si vuole convivere. Si ha paura di guardarlo, magari ci si nasconde sotto le lenzuola, come fa Don Rodrigo quando ci si ammala. Diventa impossibile essere obiettivi…”
Nelle conclusioni del suo libro, c’è una bellissima descrizione di quello che è stata ed è la disoccupazione in Italia, sia in “cifre” che in “percezione”. C’è anche un excursus sulle normative che hanno portato in Italia la flessibilità, risalenti molto prima al 2003, anno della “famigerata” legge 30 (Biagi), che secondo la maggior parte di noi ha portato il precariato in Italia.
Mi ha colpito inoltre, molto, il capitolo intitolato “Gli indiani, i giapponesi e la flexicurity”. Lei qui afferma … “ l’Italia si è avvicinata alla media internazionale nella flessibilità e temporaneità del lavoro, ma non ha istituito forme di protezione o di salario minimo per chi non ha un posto fisso. Ben diverso sarebbe se anche chi perde un lavoro precario beneficiasse di sistemi di salario minimo e di ricerca di un altro lavoro, come in molti altri paesi. In uno slogan si potrebbe dire: via i fannulloni e sì alla pensione per i precari….. Sono correttivi indispensabili in un mondo sempre più flessibile…..”
Penso che in questo mondo lavorativo, sia questo il vero cammino da intraprendere, d’altronde è inutile bendarsi gli occhi. Il mondo non può più tornare indietro e ormai, diffido da chi fa demagogia sciocca pensando che il lavoro debba essere a vita e soltanto a tempo indeterminato.
Ognuno di noi ha le capacità di tirare fuori il meglio di sé; le storie di questo libro lo dimostrano, i talenti sono tanti e differenti che difficilmente chi lavora con onestà, professionalità ed umiltà rimane a casa. E’ sempre bene sapere dove si vuole andare, avere, insomma, ben chiaro in mente l’obiettivo e poi agire per raggiungerlo, con un pizzico di entusiasmo che non guasta mai e lottando anche per i propri diritti.
Concludo con le parole dell’autrice: “ le storie raccontate in questo libro dimostrano quali risultati si possono ottenere con l’intelligenza, la convinzione e la passione ”.
Che altro dire, se non buona lettura!!

martedì 24 luglio 2007

Riformare il lavoro, si o no?

Quanto veramente i nostri politici sono interessati ai veri problemi di noi lavoratori?
Il Governo vuole cancellare il “lavoro a chiamata” e lo “staff leasing”.
E’ come dire: vedete? Noi sì che c’interessiamo dei problemi del lavoro!!
Ancora una volta mi sento presa in giro!
Proprio stamattina mi sono recata all’INPS per chiedere un periodo di congedo parentale e, mentre compilavo la domanda, mi sono accorta che tale diritto spetta soltanto ai lavoratori dipendenti.
E i collaboratori a progetto? I loro figli sono diversi? Come genitori non hanno forse anche loro bisogno di stare vicino ai propri figli in alcuni periodi?
In questi giorni sui giornali si leggono diverse proposte, quali ad esempio il limite max di 36 mesi per i contratti a tempo determinato, ma il potenziamento degli strumenti di protezione sociale?
Si parla ancora timidamente di contributi figurativi, accesso al credito, ecc.
I lavoratori, essendo persone, hanno bisogno di queste certezze e non di “interventini” sulla legge 30.
A questo punto mi viene un dubbio: ma i nostri governanti la conoscono veramente la legge Biagi?
Forse dovrebbero rileggersela anche loro, fare uno sforzo per interpretarla veramente, articolo per articolo.
E a proposito di questo, vi invito a farlo con noi nel blog somministrato e di iscrivervi al forum…

martedì 26 giugno 2007

IL LAVORO NON E' UNA MERCE

Questo è stato sancito nel lontano 1944 nella Dichiarazione di Filadelfia presso l’Organizzazione internazionale del Lavoro.

Se si rispettasse questo principio, il lavoro sarebbe inseparabile dalla persona, dalla posizione sociale, dalle relazioni familiari e comunitarie, dal diritto alla sicurezza economica e sociale, dal futuro dell’individuo che lo presta.

Mi pare invece che il lavoro ormai è una merce, alla stregua di un computer, un telefono, ossia di un qualsiasi oggetto che liberamente si può cambiare, vendere, affittare, ecc.
In tal modo i predicati dell’essere umano diventano irrilevanti agli occhi del legislatore, della politica e dell’impresa.
Mercificando il lavoro, le imprese hanno il potere di utilizzare il lavoro come si fa per le parti ad esempio di un auto, cioè solo quando serve e fino a quando serve.

Volete un esempio? Quello che è successo domenica 24 giugno al parco Luneur di Roma.
Ci doveva essere uno sciopero organizzato dai lavoratori del Luneur, che protestavano perché la nuova organizzazione lavorativa, a loro detta, ha portato più precarietà e meno guadagni.
La proprietà allora, avvisata per tempo, ha sostituito prontamente i lavoratori in sciopero.

Il lavoro purtroppo…. è diventato una merce.

Basta, basta, basta.

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