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mercoledì 7 maggio 2008

Il punto di partenza...sul lavoro



Ho qui voluto riportare, in video e in par condicio, i programmi elettorali (riguardo la tematica sul lavoro) dei nostri leaders parlamentari per ricordarci il punto di partenza del prossimo esecutivo.


Gli auguro buon lavoro... per tutti...



lunedì 18 febbraio 2008

Dalla parte dell'imprenditore...


Mi piace iniziare questo post con le parole di un piccolo imprenditore blogger:
"Ogni mattina in Italia tanti piccoli imprenditori si svegliano e sanno che dovranno correre più veloce del leone, della gazzella, dei creditori, dell'agenzia delle entrate, dell'INPS, della legislazione sul lavoro, del commercialista, del prezzo delle materie prime, dei concorrenti, dei loro collaboratori... se vogliono sopravvivere.
Ogni mattina tanti piccoli imprenditori si svegliano e si chiedono se ne vale la pena. Poi pensano al loro lavoro, si aggrappano alle soddisfazioni che ogni tanto si riescono a prendere, pensano ai loro collaboratori che mostrano passione e voglia di crescere, stringono i denti e si rispondono di si.
E vanno a lavorare. "
Ho avuto il piacere di parlare con un giovane imprenditore di precarietà, flessibilità, colloqui di lavoro.
E' facile criticare queste persone, spesso pretendiamo l'impossibile, ma ci siamo mai messi nei loro panni? Cosa vogliono dai propri collaboratori queste persone?
Ecco cosa, questo amico imprenditore, mi ha risposto.

"Gli imprenditori, in particolari quelli delle PMI, vogliono menti flessibili perchè sono quelle più vicine alle proprie caratteristiche e fisionomie mentali, e sono quelle che hanno un miglior rapporto qualità/prezzo nella gestione lavorativa.

E' impossibile capire per un imprenditore vero - e attenzione qui a distinguere tra imprenditori e finanzieri, due categorie molto diverse tra loro, solo i primi sono imprenditori reali - il perchè si debba avere uno stipendio fisso se non si produce nulla.

Paradossalmente, per l'imprenditore, è comprensibile l'operaio perchè produce qualcosa di reale, sia esso prodotto o servizio. Il problema avviene con nuove figure professionali che spesso non fanno davvero nulla, e non sono facilmente inquadrabili. Un operaio è quindi una "mente flessibile" poichè dinamico e lavora per obiettivi; la segretaria, il ragazzo che vuole fare la campagna di comunicazione perchè la sa fare "come ha imparato all'università" sono invece gli esempi di menti precarie. E' chiaro che ci sono persone più predisposte mentalmente verso una tipologia, e altre verso l'altra."

Per l'imprenditore, spesso, avere una mente flessibile vuol dire: dinamismo, movimento, disponilibilità e spirito di sacrificio, voglia di lavorare per obiettivi, collegamento del proprio stipendio con il raggiungimento degli obiettivi; voglia di imparare.

Mente Precaria vuol dire: staticità, fissità nelle proprie posizioni, richiesta di diritti di lavoro prima di fornire dati oggettivi delle proprie competenze, oppure prima di aver fatto dei test che giustifichino la richiesta, voglia di avere uno stipendio fisso non legato ad obiettivi da raggiungere, pretesa di saper fare delle cose solo perchè se ne conosce la teoria.

Infine, sempre per questo giovane imprenditore, in fase di colloquio, vengono sempre scartati, tutti quelli che:
- chiedono quante ore si lavora;
- dicono che loro vogliono stare in ufficio e non muoversi sia perchè non gli va, sia perchè questo potrebbe comportare delle spese in più;
- chiedono in anticipo se poi potrà esserci una assunzione a tempo indeterminato;
- chiedono se è possibile fare contratti diversi nel caso si scelga loro;
- che non hanno nello loro cv alcuni lavori pratici dentro, ma solo roba teorica;
- che hanno oltre 25-30 anni di età (in genere già oltre 26 è raro chiamare persone);
- che hanno lavorato in molti posti per poco tempo - sembrano insicuri o poco stabili;
- che hanno più di 2 stage: danno l'idea di lavorare "tanto per";
- che fanno osservazioni critiche sui contratti di lavoro flessibile in fase di colloquio.
La base è che si cerca di non portarsi problemi dentro casa, visto tutti quelli a cui ci sottopone già questo Paese per mandare avanti le nostre imprese.

L'imprenditore si ritiene, infatti, quello che manda avanti il Paese in tutti i sensi.

Vi sembra troppo tutto ciò o forse faremmo tutti queste stesse cose se ognuno di noi avesse una propria impresa?

Per ultimo, l'amico, ha anche avanzato la seguente proposta:

Una soluzione carina potrebbe essere quella di rafforzare la partecipazione dei collaboratori-dipendenti con "micro-quote" dell'impresa, in modo da condividere il rischio di impresa e avere una maggiore garanzia per l'imprenditore di impegno da parte del lavoratore.

Allora, che ne pensate di queste parole?

sabato 2 febbraio 2008

Meglio poco che niente?








Oggi è uscito, nelle sale cinematografice, il film di Ascanio Celestini “Parole Sante” che descrive
la condizione dei lavoratori del call-center più grande d’Italia, ed è già polemica.
Come in politica, anche sulla questione “lavoro” sembra che il nostro bel paese sia spaccato in due.
Da una parte ci sono i lavoratori che si sentono solo “sfruttati” dalla flessibilità non sostenibile (cioè la precarietà) e dall’altra quelli che inneggiano alla flessibilità come isola felice del lavoratore.
Le contrapposizioni estreme, come al solito secondo me, non fanno mai bene a nessuno. Il polverone serve solo a far perdere il punto di vista, il vero bersaglio.
Sul Il Foglio di ieri, la giornalista Mancuso, nel suo articolo paragona il precario al masochista a tempo indeterminato. Dice (questo è quello che traspare tra le righe, secondo me) al precario che il mondo è cambiato (come riferimento parte addirittura dal Risorgimento) e che, quindi, la precarietà è sinonimo di normalità. Definisce i genitori dei precari come quelli che vorrebbero farci scendere in piazza ma, nello stesso tempo, sono quelli saldati al loro posto fisso (forse su questo ha ragione…).
Alla giornalista, gli farei notare, innanzitutto, la differenza tra precarietà e flessibilità, rispondendogli con le stesse parole di A.Celestini in una sua intervista di qualche giorno fa, dove sostiene che il lavoro precario non è una condizione del mercato del lavoro. La flessibilità del lavoro è possibile quando il lavoratore è autonomo, guadagna il doppio del lavoratore subordinato perché non ha diritti, però ha un beneficio straordinario, ossia l’autonomia, legate alle scelte di tempi, di spazi. Sottolinea che quando si parla di precariato, si parla di persone assunte in maniera illegale in base ad una legge che in realtà non è applicata, ossia la legge Biagi.
Mi viene sempre più il sospetto, quindi, che si vogliono far perdere di vista le giuste cause dei lavoratori. Non ho ancora visto il film, ma a prescindere da questo, è giusto che ognuno possa esprimere le proprie idee, d’altronde non siamo tutti uguali!
Quello su cui bisogna puntare, cara Mancuso, è smascherare le cattive intenzione delle imprese che si arricchiscono, solo, alle spalle dei lavoratori!
Lo sappiamo tutti, ormai, che il mondo è cambiato e ricordo quello che i giovani, in realtà, vogliono veramente e cioè non abolire i lavori temporanei, ma che tutti i singoli lavoratori temporanei abbiano ciò che viene loro promesso e che smettano di essere visti come “impiegati low coast”.
Gli imprenditori ed i Governi devono capire che anche un lavoratore temporaneo implica un’assunzione di responsabilità in fatto di adeguata formazione, contratti trasparenti e sufficiente retribuzione (generazione P).
No allora al meglio poco o niente ma sì al giusto dovuto!
Proprio per arrivare, infine, ad essere ascoltati dalle Istituzioni, vi voglio segnalare l’iniziativa di Giacomo Faenza, giovane regista, che ha deciso di girare un documentario Caro Parlamento .
Vi consiglio di visitare il blog e partecipare, se v’interessa, attivamente all’iniziativa. Con Giacomo abbiamo avuto un interessante dialogo a distanza, e mi hanno molto colpito queste sue parole:
“ …alziamoci e diamoci una mossa. Scopo del documentario è mostrare vitalità e voglia di partecipazione; attraverso le interviste il doc. vuole offrire diversi spunti che possono\devono essere utili per il Parlamento. L’Istituzione deve sapere come viviamo, qual è l'umore di una intera generazione. Gli segnaleremo problemi urgenti da risolvere! Premesso che il lavoro garantito non è quello che chiediamo, dobbiamo spiegare cosa non ha funzionato delle leggi sul lavoro precario e dirlo in coro dal nord al sud…”
Fatelo girare…

lunedì 21 gennaio 2008

Pensieri...lavorativi 2




Ognuno di noi cerca di trovare le soluzioni (giustamente) ai propri problemi.
In questi giorni, mi è capitato di leggere più volte, su diverse riviste, le probabili soluzioni (personali) di opinionisti riguardo ai problemi del mondo del lavoro.
Alcuni opinionisti sono sempre e soltanto lamentosi, e qui mi pare inutile parlarne; poi c'è
P.Ichino che parla del forte dualismo tra lavoratori (tra cosiddetti "insider" e "outsider") nel nostro mercato lavorativo.
La soluzione meglio auspicabile, per Ichino, sarebbe un unico contratto di lavoro per tutti i lavoratori dipendenti e disciplinato in modo che siano garantite:
1)la necessaria fluidità nella fase di accesso al lavoro dei giovani
2) una ragionevole flessibilità nella fase centrale della vita lavorativa, secondo i migliori standard internazionali
3) peso in uguale misura per tutti.
La sua soluzione sarebbe, quindi:
"...La riforma potrebbe, per esempio, consistere in questo: per tutte le nuove assunzioni che avverranno d'ora in poi si sostituisce l'attuale «giungla dei contratti» con un solo contratto a tempo indeterminato, che prevede un periodo di prova di sei mesi oppure otto, come ora in Francia - con un forte sgravio contributivo sotto i 26 anni. Dopo il periodo di prova, l'articolo 18 dello Statuto si applica soltanto per il controllo dei licenziamenti disciplinari e contro quelli discriminatori o di rappresaglia.
Per i licenziamenti dettati da esigenze aziendali è invece soltanto il costo del provvedimento a proteggere il lavoratore e a penalizzare l'impresa che ne fa abuso: chi perde il posto senza propria colpa ha sempre automaticamente diritto ad un congruo indennizzo, crescente con l'anzianità di servizio in modo che la protezione sia più intensa nella parte finale della vita lavorativa; e ha diritto ad un'assicurazione contro la disoccupazione disegnata secondo i migliori modelli scandinavi, con premio interamente a carico dell'impresa, che si aggrava al crescere del numero dei licenziamenti..."
C'è stato poi, un articolo che mi ha colpito in particolare, ed è quello di S.Zecchi.
Vi confesso che inizialmente questo pezzo mi ha fatto infuriare, innanzi tutto per l'utilizzo, a mio avviso incongruo, della parola precarietà. Visto che lui parla di libertà, mi son detta, come è possibile unire alla parola precarietà, la parola libertà?
Inoltre, ci sono certe demagogie (sempre, secondo me) riguardo alla sua definizione di società socialista, ecc.
A parte i personali punti di vista diversi, mi sono piaciute, però, alcune sue considerazioni che qui riprendo e commento.
Zecchi afferma che le generazioni precedenti hanno saputo scommettere sul loro futuro, mentre oggi
"... sono andate perdute la tensione, l’aspirazione ad una vita migliore: appunto, la scommessa sul futuro, malinconicamente sostituita da un calcolato opportunismo che non stimola a migliorarsi, ad andare avanti, cercando la libertà, rischiando sempre di nuovo sul futuro.Il mondo è cambiato in fretta e oggi sta provocando un vero disastro generazionale. I giovani dovrebbero essere, per definizione, quelli più aperti alla sfida del futuro, più disponibili a rischiare. Chi è a contatto con loro non ha difficoltà ad accorgersi che molti sono invece quelli impauriti dall’avvenire, senza sogni da realizzare, senza speranze da esaudire. Troppo illusori gli uni, troppo pericolose le altre. Meglio il rifugio di un impiego modesto, purché sicuro. E così si distrugge la parte migliore di un giovane: l’amore per la libertà, una libertà che va cercata anche nella precarietà. Proprio questa è la parola che terrorizza: le precarietà è vissuta come un’aggressione alla propria identità. Prima ancora di essere un problema di natura economica, l’idea negativa del lavoro precario è il frutto di una mentalità vecchia, che scambia la sicurezza del posto per una garanzia contro le insidie del futuro, che accetta di barattare la libertà per un impiego fisso...."
Mi sono chiesta: possibile che abbiamo tanta paura del futuro, abbiamo paura di rischiare! Perchè? Magari ne conoscessi la risposta...!
Bauman sostiene che la "Paura" è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c'è da fare.
E allora? Mi rendo conto, con i tempi che corrono, che non è facile affermare che bisogna ricominciare, veramente, ad inseguire i nostri sogni...
Tuttavia, lo dico lo stesso.



Vivere senza tentare, significa rimanere con il dubbio che ce l'avresti fatta. (Jim Morrison)

giovedì 29 novembre 2007

Generazione P

La precarietà del lavoro, ormai, non è un problema solo italico, tanto è che, la settimana scorsa al Parlamento Europeo, si è svolta la conferenza organizzata da Generazione P contro l’ abuso, di lavoro temporaneo in Europa.

P sta per Precario, e Generazione P è un gruppo che costituisce una vasta rete europea di aiuto tra i giovani precari ed è presente, oggi, in Germania, Belgio, Spagna, Francia ed Italia.
Nicolas Tamalet, in rappresentanza di Génération Précaire (Francia) afferma: “… stiamo affrontando una seria mancanza di volontà da parte degli imprenditori e dei Governi, che sembrano non interessarsene affatto. Tutti stanno approfittando dei benefici a breve termine dell'abuso di lavoro temporaneo, ma alla fine è il welfare a lungo termine della nostra economia che viene lentamente consumato”.
Anna Schopf, di Generation Praktikum (Austria), sostiene: "Il risultato del fatto che gli impiegati completamente formati ed esperti vengono sostituiti da lavoratori temporanei, è che la soglia di sicurezza della previdenza sociale sta andando in rovina. 4 anni di lavoro temporaneo significano 4 anni senza contributi sociali - e quando riflettiamo sul fatto che ci viene chiesto di risparmiare anche gli spiccioli per pagare i contributi della popolazione più anziana, un simile sfruttamento delle generazioni più giovani è imperdonabile.”
Anche Florian Lamp, in rappresentanza di Fairwork e.V (Germania), ha preso parte alla discussione e ha sottolineato la propria personale esperienza di avere svolto numerosi impieghi temporanei pagati 400,00 euro e di essere stato addirittura un 'privilegiato' rispetto agli altri: “Siamo una generazione che è più formata che mai, e che dopo aver concluso il proprio corso di studi finisce a lavorare a tempo pieno con una retribuzione insufficiente perfino a permettersi di affittare un appartamento per andare a vivere da soli” .
I punti della discussione sono stati dibattuti da un gruppo di esperti, che ha incluso il Commissario per il Lavoro, gli Affari Sociali e le Pari Opportunità Vladimir Spidla, il Segretario Generale dell'ETUC John Monks, il Segretario Generale di SOLIDAR Conny Reuter e il Segretario Generale di ECOSY Ania Skrzypek. A moderare la discussione è stata l'esperta Katrin Teschner, corrispondente del Westdeutsche Allgemeine Zeitung.
Affinché la petizione abbia successo, il Network di Generazione P è ben consapevole del fatto che sia necessaria una forte coalizione generazionale. Silvia Helbig, in rappresentanza di DGB Jugend, il ramo giovanile della principale confederazione di commercio in Germania, ha chiesto a tutti di firmare la petizione in segno di solidarietà:

"Non siamo qui oggi per abolire i lavori temporanei, siamo qui per lavorare insieme per assicurare che tutti i singoli lavoratori temporanei abbiano ciò che viene loro promesso e che smettano di essere visti come 'impiegati low cost'. Gli imprenditori e i Governi devono capire che anche un lavoratore temporaneo implica un'assunzione di reponsabilità in fatto di adeguata formazione, contratti trasparenti e sufficiente retribuzione".

Come potete leggere, cari amici, non siamo solo noi italiani che ci lamentiamo dell’abuso di certi contratti, anzi…
Vi invito, allora, a sottoscrivere la petizione europea di Generation P all'indirizzo www.generation-p.dgbj.org/eng/, in modo da contribuire ad alimentare la portata di questa iniziativa che riguarda l'intera Comunità Europea.
Io l’ho già fatto, sia singolarmente che come aderente a Coalizione Generazionale, che insieme a Generazione 1000, qui in Italia, sono i movimenti che stanno appoggiando questa iniziativa.

venerdì 2 novembre 2007

Gioventù bruciata?

In questi giorni sono in giro in lungo ed in largo per l'Italia, non avendo molto tempo a disposizione da dedicarmi alle riflessioni, l'articolo che mi ha colpito molto è quello pubblicato da Famiglia Cristiana, in cui anche l'amico mello ha dato il suo contributo.
Buona riflessione.

Art. "Gioventù Bruciata"

domenica 30 settembre 2007

PILLOLE DI PRECARIETA'

Ecco cosa i precari chiedono... non certo voglia di non lavorare...

lunedì 17 settembre 2007

PRECARI E CONTENTI



Oggi vi voglio parlare delle mie impressioni su questo libro, tra l’altro l’autrice, Angela Padrone, spesso partecipa attivamente nel mio blog ( e nel suo, ha anche descritto la mia storia) con i suoi commenti e quindi, vi confesso, che ero molto curiosa di leggerlo.
La prima cosa che mi sono chiesta, appena preso in mano il libro, è stata: “ma si può essere precari e contenti?” Considerato il periodo in cui non si parla d’altro che del “Grillismo” e di “schiavitù post-industriale giovanile”, il primo pensiero che mi è venuto in mente è stato: “l’autrice, Angela Padrone, giornalista del Messaggero, nonché facente parte in primis della direzione del giornale, già per il fatto di essere giornalista (e quindi, come quasi noi tutti pensiamo, appartenere ad una “casta” di poteri forti del nostro Paese), non vuole fare altro che convincerci che precario è bello”.
E invece, niente di tutto questo…
Sin dai primi capitoli, dove lei racconta la sua storia lavorativa, con le emozioni, le difficoltà e speranze, comuni a quanto pare in ogni tempo, ci si rende conto che è tutta un’altra storia.
La parte centrale del libro è fatta di storie vere, vissute da giovani e meno giovani, che hanno lasciato un segno indelebile dove sono passati. Ogni persona è il “protagonista” della propria vita. E, a volte, sono proprio le difficoltà che fanno uscire il meglio di se stessi, la loro originalità e genialità. In ognuna di queste storie, spesso ho ritrovato pezzi anche della mia vita.
Ognuno, in base alla propria indole, o si sente “sfruttato” e basta, o si sente, nonostante tutto, nelle condizioni di trarre anche degli insegnamenti dal proprio senso di sfruttamento. Un esempio di ciò lo si trova molto ben descritto nel capitolo dedicato ai call-center. In quello che lei ha visitato c’è di tutto, dalla casalinga contenta di guadagnare qualcosa e di correre a casa dai figli a qualunque orario a chi, laureato, si trova lì perché non ha trovato di meglio, ecc.
Angela Padrone afferma che adesso ci sono più opportunità di lavorare rispetto agli anni ’70 e ’80. Prima o si era fuori o si era dentro, o ancora peggio in nero (piaga purtroppo ancora molto attuale).
Lei sostiene che, grazie all’attuale flessibilità nel lavoro, ci possono essere occasioni di crescita inimmaginabili. Questo, però, spesso viene messo tra parentesi, perché in Italia la flessibilità è vissuta come precarietà, e come lei stessa afferma… “il precariato in Italia è visto come la peste manzoniana. E’ un bubbone e non ci si vuole convivere. Si ha paura di guardarlo, magari ci si nasconde sotto le lenzuola, come fa Don Rodrigo quando ci si ammala. Diventa impossibile essere obiettivi…”
Nelle conclusioni del suo libro, c’è una bellissima descrizione di quello che è stata ed è la disoccupazione in Italia, sia in “cifre” che in “percezione”. C’è anche un excursus sulle normative che hanno portato in Italia la flessibilità, risalenti molto prima al 2003, anno della “famigerata” legge 30 (Biagi), che secondo la maggior parte di noi ha portato il precariato in Italia.
Mi ha colpito inoltre, molto, il capitolo intitolato “Gli indiani, i giapponesi e la flexicurity”. Lei qui afferma … “ l’Italia si è avvicinata alla media internazionale nella flessibilità e temporaneità del lavoro, ma non ha istituito forme di protezione o di salario minimo per chi non ha un posto fisso. Ben diverso sarebbe se anche chi perde un lavoro precario beneficiasse di sistemi di salario minimo e di ricerca di un altro lavoro, come in molti altri paesi. In uno slogan si potrebbe dire: via i fannulloni e sì alla pensione per i precari….. Sono correttivi indispensabili in un mondo sempre più flessibile…..”
Penso che in questo mondo lavorativo, sia questo il vero cammino da intraprendere, d’altronde è inutile bendarsi gli occhi. Il mondo non può più tornare indietro e ormai, diffido da chi fa demagogia sciocca pensando che il lavoro debba essere a vita e soltanto a tempo indeterminato.
Ognuno di noi ha le capacità di tirare fuori il meglio di sé; le storie di questo libro lo dimostrano, i talenti sono tanti e differenti che difficilmente chi lavora con onestà, professionalità ed umiltà rimane a casa. E’ sempre bene sapere dove si vuole andare, avere, insomma, ben chiaro in mente l’obiettivo e poi agire per raggiungerlo, con un pizzico di entusiasmo che non guasta mai e lottando anche per i propri diritti.
Concludo con le parole dell’autrice: “ le storie raccontate in questo libro dimostrano quali risultati si possono ottenere con l’intelligenza, la convinzione e la passione ”.
Che altro dire, se non buona lettura!!

sabato 23 giugno 2007

Viviamo veramante in una società bloccata?

Sin da bambini abbiamo sempre sognato che da grandi avremmo fatto gli astronauti, il pilota,
il calciatore, il dottore, le ballerine, le veline, ecc.
Poi diventiamo grandi e chissà come, i nostri sogni svaniscono….
E’ vero che la realtà è meno fiabesca ma è vero anche che dobbiamo essere padroni del nostro destino!!! Non per niente siamo giovani!!!!
Il mondo intorno sembra sempre remare contro, è vero che il lavoro è ormai sempre più precario, che le lobby delle professioni libere mantengono i loro privilegi e allora?
Leggendo un libro mi ha impressionato questa tabella sottostante:







Noi figli facciamo lo stesso lavoro dei nostri genitori, pare quindi che la nostra società abbia smesso da tempo di volgere lo sguardo verso il futuro!!!!!

Che aspettiamo a ribellarci a tutto ciò?

Certe volte penso che forse a molti di noi questa situazione faccia comodo.
D’altronde meglio che ci pensa papà…. (viviamo nel Paese principe delle “raccomandazioni”)!!!!

Ribadisco nuovamente già quello che ho scritto nel mio primo post:

sappiamo sempre cosa non vogliamo, ma è tanto difficile sapere cosa vogliamo....

Rimbocchiamoci le maniche e facciamo presto, altrimenti come dice, una gentilissima amica, o investiamo nella conoscenza (quella vera – a scanso di equivoci - ) o sprofonderemo – aggiungo io - sia come Paese sia come persone !!!!!!

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